

39. Manifesto degli intellettuali antifascisti.

Da: B. Croce, in Il Mondo, 1 maggio 1925.

Il 21 aprile 1925 venne pubblicato il manifesto degli
intellettuali del fascismo (vedi lettura 38), redatto dal filosofo
Giovanni Gentile, con il quale si intendeva, oltre che esaltare il
fascismo, dimostrare il suo legame con la cultura nazionale. A
pochi giorni di distanza, sulla rivista Il Mondo, venne
pubblicata una risposta di scrittori, professori e pubblicisti
italiani al manifesto degli intellettuali fascisti. Ne era autore
il filosofo Benedetto Croce, che con Gentile era stato
protagonista della rinascita della filosofia idealista in Italia.
Tale intervento fu presentato come una reazione contro quel
metodo che pretenderebbe piegare l'intellettualit a funzioni di
instrumentum regni [strumento di potere]. E infatti, al di l
delle polemiche - il manifesto gentiliano  definito imparaticcio
scolastico, infarcito di confusioni dottrinali, arbitrarie
interpretazioni e manipolazioni storiche -, ci che viene messo
in evidenza  soprattutto l'idea crociana secondo la quale la
cultura, dedita alla riflessione teorica, e la politica, impegnata
nell'azione pratica, devono rimanere separate, ed ogni
contaminazione fra le loro sfere d'azione  da considerarsi un
errore.


Gl'intellettuali fascistici, riuniti in congresso a Bologna, hanno
indirizzato un manifesto agl'intellettuali di tutte le nazioni per
spiegare e difendere innanzi ad essi la politica del partito
fascista.
Nell'accingersi a tanta impresa quei volenterosi signori non
debbono essersi rammentati di un consimile e famoso manifesto,
che, agli iniz della guerra europea, fu bandito al mondo dagli
intellettuali tedeschi: un manifesto che raccolse, allora, la
riprovazione universale, e pi tardi dai tedeschi stessi fu
considerato un errore. E, veramente, gl'intellettuali, ossia i
cultori della scienza e dell'arte, se, come cittadini, esercitano
il loro diritto e adempiono il loro dovere con l'ascriversi a un
partito e fedelmente servirlo, come intellettuali hanno solo il
dovere di attendere, con l'opera dell'indagine e della critica, e
con le creazioni dell'arte, a innalzare parimenti tutti gli uomini
e tutti i partiti a pi alta sfera spirituale, affinch, con
effetti sempre pi benefici, combattano le lotte necessarie.
Varcare questi limiti dell'ufficio a loro assegnato, contaminare
politica e letteratura, politica e scienza,  un errore, che,
quando poi si faccia, come in questo caso, per patrocinare
deplorevoli violenze e prepotenze e la soppressione della libert
di stampa, non pu dirsi neppure un errore generoso.
E non  nemmeno, quello degl'intellettuali fascistici, un atto che
risplenda di molto delicato sentire verso la Patria, i cui
travagli non  lecito sottoporre al giudizio degli stranieri,
incuranti (come, del resto,  naturale) di guardarli fuori dei
diversi e particolari interessi politici delle proprie nazioni.
Nella sostanza, quella scrittura,  un imparaticcio scolaresco,
nel quale in ogni punto si notano confusioni dottrinali e mal
filati raziocin: come dove si prende in iscambio l'atomismo di
certe costruzioni della scienza politica del secolo decimottavo
col liberalismo democratico del secolo decimonono, cio
l'antistorico e astratto e matematico democraticismo, con la
concezione sommamente storica della libera gara e
dell'avvicendarsi dei partiti al potere, onde, merc
l'opposizione, si attua, quasi graduandolo, il progresso; - o come
dove, con facile riscaldamento retorico, si celebra la doverosa
sottomissione degl'individui al Tutto, quasi che sia in questione
ci, e non invece la capacit delle forme autoritarie a garantire
il pi efficace elevamento morale; - o, ancora, dove si perfidia
nel pericoloso indiscernimento tra istituti economici, quali sono
i sindacati, ed istituti etici, quali sono le assemblee
legislative, e si vagheggia l'unione o piuttosto la contaminazione
dei due ordini, che riuscirebbe alla reciproca corruttela, o,
quando meno, al reciproco impedirsi. E lasciamo da parte le ormai
note e arbitrarie interpretazioni e manipolazioni storiche.
Ma il maltrattamento della dottrina e della storia  cosa di poco
conto, in quella scrittura, a paragone dell'abuso che vi si fa
della parola religione; perch, a senso dei signori
intellettuali fascistici, noi ora in Italia saremmo allietati da
una guerra di religione, delle gesta di un nuovo evangelo e di un
nuovo apostolato contro una vecchia superstizione, che rilutta
alla morte, la quale le sta sopra e alla quale dovr pur
acconciarsi; - e ne recano a prova l'odio e il rancore che ardono,
ora come non mai, tra italiani e italiani. Chiamare contrasto di
religione l'odio e il rancore che si accendono da un partito che
nega ai componenti degli altri partiti il carattere d'italiani e
li ingiuria stranieri, e in quest'atto stesso si pone esso agli
occhi di quelli come straniero e oppressore, e introduce cos
nella vita della Patria i sentimenti e gli abiti che sono propr
di altri conflitti; nobilitare col nome di religione il sospetto e
l'animosit sparsi dappertutto, che hanno tolto perfino ai giovani
dell'Universit l'antica e fidente fratellanza nei comuni e
giovanili ideali, e li tengono gli uni contro gli altri in
sembianti ostili:  cosa che suona, a dir vero, come un'assai
lugubre facezia. In che mai consisterebbe il nuovo evangelo, la
nuova religione, la nuova fede, non si riesce a intendere dalle
parole del verboso manifesto; e, d'altra parte, il fatto pratico,
nella sua muta eloquenza, mostra allo spregiudicato osservatore un
incoerente e bizzarro miscuglio di appelli all'autorit e di
demagogismo, di professata riverenza alle leggi e di violazione
delle leggi, di concetti ultramoderni e di vecchiumi muffiti, di
atteggiamenti assolutistici e di tendenze bolsceviche, di
miscredenza e di corteggiamento alla Chiesa cattolica, di
aborrimento dalla cultura e di conati sterili verso una cultura
priva delle sue premesse, di sdilinquimenti mistici e di cinismo.
E, se anche taluni plausibili provvedimenti sono stati attuati o
avviati dal governo presente, non  in essi nulla che possa
vantare un'originale impronta, tale da dare indizio di un nuovo
sistema politico, che si denomini dal fascismo.
Per questa caotica e inafferrabile religione noi non ci
sentiamo, dunque, di abbandonare la nostra vecchia fede: la fede
che da due secoli e mezzo  stata l'anima dell'Italia che
risorgeva, dell'Italia moderna; quella fede che si compose di
amore alla verit, di aspirazione alla giustizia, di generoso
senso umano e civile, di zelo per l'educazione intellettuale e
morale, di sollecitudine per la libert, forza e garanzia di ogni
avanzamento. Noi rivolgiamo gli occhi alle immagini degli uomini
del Risorgimento, di coloro che per l'Italia operarono, patirono e
morirono, e ci sembra di vederli offesi e turbati in volto alle
parole che si pronunziano e agli atti che si compiono dai nostri
italiani avversar, e gravi e ammonitori a noi perch teniamo
salda in pugno la loro bandiera. La nostra fede non 
un'escogitazione artificiosa e astratta o un invasamento di
cervello, cagionato da mal certe o mal comprese teorie; ma  il
possesso di una tradizione, diventata disposizione del sentimento,
conformazione mentale e morale.
Ripetono gl'intellettuali fascistici, nel loro manifesto, la
trista frase che il Risorgimento d'Italia fu l'opera di una
minoranza; ma non avvertono che in ci appunto fu la debolezza
della nostra costituzione politica e sociale; e anzi par quasi che
si compiacciano della odierna per lo meno apparente indifferenza
di gran parte dei cittadini d'Italia di fronte ai contrasti tra il
fascismo e i suoi oppositori. I liberali di tal cosa non si
compiacquero mai, e si studiarono a tutto potere di venire
chiamando sempre maggior numero d'italiani alla vita pubblica; e
in questo fu la precipua origine anche di qualcuno dei pi
disputati loro atti, come la largizione del suffragio universale.
Perfino il favore, col quale venne accolto da molti liberali, nei
primi tempi, il movimento fascistico, ebbe tra i suoi sottintesi
la speranza che, merc di esso, nuove e fresche forze sarebbero
entrate nella vita politica, forze di rinnovamento e (perch no?)
anche forze conservatrici. Ma non fu mai nei loro pensieri di
mantenere nell'inerzia e nell'indifferenza il grosso della
nazione, appagandone taluni bisogni materiali, perch sapevano
che, a questo modo, avrebbero tradito le ragioni del Risorgimento
italiano e ripigliato le male arti dei governi assolutistici e
quietistici. Anche oggi, n quell'asserita indifferenza e inerzia,
n gli impedimenti che si frappongono alla libert, c'inducono a
disperare o a rassegnarci. Quel che importa,  che si sappia ci
che si vuole e che si voglia cosa d'intrinseca bont. La presente
lotta politica in Italia varr, per ragione di contrasto, a
ravvivare e a fare intendere in modo pi profondo e pi concreto
al nostro popolo il pregio degli ordinamenti e dei metodi
liberali, e a farli amare con pi consapevole affetto. E forse un
giorno, guardando serenamente al passato, si giudicher che la
prova che ora sosteniamo, aspra e dolorosa a noi, era uno stadio
che l'Italia doveva percorrere per rinvigorire la sua vita
nazionale, per compiere la sua educazione politica, per sentire in
modo pi severo i suoi doveri di popolo civile (1 maggio 1925).
